L’ennesimo incidente della Statale 18, questa volta ad Acquappesa, è l’urlo silenzioso di una tragedia annunciata che lacera la coscienza di un intero territorio. Da anni assistiamo a un copione già scritto, fatto di comunicati stampa accorati e slogan istituzionali che rimbalzano da un comune all’altro, ma la realtà dei fatti racconta una storia ben diversa: quella di un’arteria vitale abbandonata a se stessa, dove la sicurezza non è una priorità ma al massimo un argomento da campagna elettorale. Mentre i sindaci invocano interventi urgenti, le strade continuano a restringersi sotto il peso di smottamenti e frane, e in un alcuni punti una vegetazione selvaggia riduce la visibilità ai minimi termini, trasformando ogni immissione in una roulette russa. È paradossale che in un tratto stradale così critico, l’unico segno di presenza dello Stato e degli enti locali, al netto dei posti di blocco, siano le installazioni di autovelox e sorpassometri; strumenti che, anziché essere percepiti come deterrenti per la velocità, vengono sempre più letti dai cittadini come balzelli per risanare i bilanci comunali, piuttosto che come reali presidi di salvaguardia della vita umana. Non basta più annunciare tavoli tecnici o/e protocolli d’intesa che restano chiusi nei cassetti: la sicurezza stradale non si proclama con i post sui social o con i proclami indignati del giorno dopo, ma si mette in pratica con la manutenzione ordinaria, con l’illuminazione adeguata, con la messa in sicurezza dei versanti franosi e con una progettualità che metta al centro il pedone e l’automobilista, non il moltiplicatore delle sanzioni. I ragazzi del Tirreno Cosentino non hanno bisogno di modelli di leadership basati su parole vuote, ma di fatti concreti che garantiscano loro il diritto di tornare a casa da scuola senza rischiare la vita su una strada che sembra essere stata dimenticata da Dio e dagli uomini.

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