Il panorama politico dell’alto Tirreno cosentino e del suo entroterra lancia un segnale inequivocabile dalle urne, delineando una tendenza che sembra premiare la continuità e l’usato sicuro rispetto all’azzardo del cambiamento. Le ultime tornate elettorali sul territorio confermano un trend chiarissimo in cui l’elettorato locale si rifugia sistematicamente nell’usato garantito, affidando le chiavi dei municipi ad amministratori di lungo corso che hanno già ampiamente masticato la macchina pubblica e che vantano un radicamento profondo. I casi emblematici si moltiplicano lungo la costa e nelle aree interne: a Cetraro il ritorno alla guida del comune di una figura storica della politica locale come Giuseppe Aieta ha blindato l’ente, mentre a Scalea le dinamiche di voto hanno premiato l’affidabilità di Mario Russo, un amministratore che possiede già un solido background nella gestione municipale. Questa tendenza trova una clamorosa conferma anche nell’esempio di Ugo Vetere a Santa Maria del Cedro, punto di riferimento indiscusso del territorio, e prosegue senza sosta con la freschissima riconferma di Alberto Bottone a Orsomarso. Non fanno eccezione altre realtà speculari come Grisolia, dove si registra la continuità con Saverio Bellucci, e Sant’Agata di Esaro, che ha scelto nuovamente l’esperienza collaudata di Mario Nocito, fino ad arrivare al caso limite di Papasidero, dove il sindaco Fiorenzo Conte si attesta addirittura al suo quarto mandato consecutivo, a testimonianza di un potere amministrativo blindato nel tempo. Eppure, scavando tra le pieghe del voto, non mancano eccezioni significative capaci di incrinare questo dogma della continuità, dimostrando che quando si creano le giuste condizioni il cambiamento è possibile. Un esempio lampante arriva non dal Tirreno, ma da Castrolibero, dove Francesco Serra è riuscito a imporsi conquistando la fascia tricolore in una sfida fratricida contro Nicoletta Perrotti, la candidata sostenuta apertamente dal leader storico ed ex sindaco Orlandino Greco, nonostante la forte presenza di quest’ultimo all’interno della competizione amministrativa. Una scossa simile si è registrata anche a Buonvicino, dove il dottore Sionne ha scompaginato i vecchi equilibri vincendo contro la maggioranza uscente, capitalizzando il consenso come terzo incomodo in una sfida che non vedeva una vera continuità con il passato recente culminato con la sfiducia. Questi strappi alla regola aprono inevitabilmente la strada a nuovi interrogativi sulle sfide future, come quelle che si profileranno a Praia a Mare e a Fuscaldo, dove rumors e scenari politici, ancora non confermati, ipotizzano i possibili rientri in campo di figure storiche come l’ex sindaco praiese Antonio Praticò e l’ex primo cittadino fuscaldese Gianfranco Ramundo; resta da vedere se in quei contesti gli elettori decideranno di rifugiarsi ancora una volta nella certezza del passato o meno. Di fronte a questa complessa mappa del consenso, sorge spontaneo chiedersi per quale motivo sia generalmente così difficile e tortuoso per un giovane amministratore lanciarsi con successo nell’arena politica ed essere eletto nei nostri territori. Sia chiaro che l’obiettivo di questa analisi non è affatto quello di puntare il dito contro qualcuno, né di alimentare facili polemiche, bensì quello di offrire un sereno spunto di riflessione su una realtà oggettiva. Se da un lato il dibattito pubblico e i salotti politici invocano a gran voce il rinnovamento generazionale, dall’altro la realtà dei fatti sbatte contro barriere culturali e strutturali difficili da scardinare. Tra le reali cause che ostacolano il ricambio sul territorio cosentino e in Calabria spicca innanzitutto una radicata diffidenza dell’elettorato verso l’incognito, che si traduce nella ricerca di una sicurezza gestionale e di una reperibilità diretta che solo il politico navigato sa e può garantire grazie a reti di relazioni e filiere di contatti consolidate in decenni di attività. Le dinamiche di consenso basate sulla profonda conoscenza personale, sui rapporti storici e sulla gestione collaudata della macchina amministrativa creano un contesto in cui i giovani, privi di adeguate risorse economiche, di visibilità strutturata e di forti apparati di supporto, partono inevitabilmente svantaggiati. A questo si aggiunge la progressiva scomparsa dei partiti tradizionali come palestre di formazione e selezione della classe dirigente, che un tempo lanciavano e proteggevano le nuove leve, oggi sostituita da un civismo fluido che preferisce aggregarsi attorno ai soliti catalizzatori di voti pur di vincere l’immediata sfida elettorale. Il rinnovamento in Calabria resta così un’intenzione teorica smentita puntualmente, o quasi, dalla realtà della scheda elettorale, dove la paura del vuoto e dell’inefficienza amministrativa spinge spesso i cittadini a preferire la certezza della vecchia guardia a qualunque promessa di futuro. Il caso di Tortora merita indubbiamente una riflessione a parte. Nella cittadina tirrenica lo scenario elettorale si è presentato desolante, con un’unica lista in campo capitanata dal candidato a sindaco Salvatore Carluccio dopo il ricusamento della lista espressione della maggioranza uscente. In un contesto simile, la vera sfida non era contro un avversario in carne e ossa, ma contro lo spettro dell’astensionismo e il raggiungimento del quorum legale, una battaglia che si è rivelata fallimentare sotto ogni punto di vista. Le urne hanno infatti restituito un verdetto impietoso: l’affluenza si è fermata a un drastico 21,34%, ben al di sotto della soglia minima del 40% necessaria per rendere valida l’elezione in presenza di un solo schieramento. Gli elettori hanno preferito condurre deliberatamente il Comune verso il commissariamento prefettizio piuttosto che dare fiducia e legittimità all’unica proposta elettorale rimasta in campo. La mancata condivisione della proposta in campo ha superato persino il timore del blocco amministrativo, lasciando Tortora davanti a un periodo di transizione e a una ricostruzione civile e politica tutta da inventare.



































