Il pentito del Clan Mancuso “Cosí facevamo stragi… e quella talpa tra le forze dell’ordine

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Parla Emanuele Mancuso, il rampollo del clan di Limbadi e Nicotera, figlio di Pantaleone Mancuso, alias “Luni l’Ingegnere”.

 

Ai magistrati della Procura antimafia guidata da Nicola Gratteri, in particolare ai pm Antonio De Bernardo e Anna Maria Frustaci e ai carabinieri di Vibo Valentia e del Ros di Catanzaro, il trentenne collaboratore di giustizia nelle sue inedite dichiarazionispiega che ci sarebbero stati due boss del Vibonese condannati a morte: il primo era Peppone Accorinti, il capobastone di Zungri legato a doppio filo ad un’articolazione dei Mancuso, che era nel mirino di Leone Soriano, vertice dell’omonima famiglia di Pizzinni di Filandari e descritto dal giovanissimo pentito come un «criminale psicopatico»; l’altro – secondo i verbali depositati agli atti dell’inchiesta “Nemea” – era lo stesso Leone Soriano obiettivo, invece, dei Mancuso.

L’arresto nel febbraio scorso ad opera dei carabinieri, proprio nell’ambito dell’indagine “Nemea”, secondo il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso gli avrebbe di fatto salvato la vita dai proggetti di soppressione ad opera del clan guidato dal boss Luigi Mancuso. Emanuele racconta tante cose. Di traffici di droga col Vibonese, il Reggino ed il Napoletano. Spiega come Giuseppe Soriano avesse riportato sul territorio vibonese l’eroina. Racconta anche della presenza di una presunta talpa tra gli apparati delle forze dell’ordine che gli avrebbe consigliato di muoversi con circospezione in alcuni ambienti e, tra l’altro, ribadisce il ruolo di vertice, non solo in seno al clan Mancuso, ma anche nel contesto degli equilibri geo-mafiosi del Vibonese, dello zio Luigi Mancuso, il boss che – saldato il conto con la giustizia, dopo lustri di carcere scontati al 41 bis – è tornato da sette anni ormai a piede libero. Per Emanuele Mancuso, il boss Leone Soriano “è uno psicopatico, un criminale temuto dalla sua stessa famiglia, con seri problemi di carattere e personalità”. Un personaggio pericoloso, quindi, che aveva messo in piedi una “linea stragista che – a detta di Emanuele Mancuso – avrebbe portato a delle conseguenze negative per l’intero nucleo familiare dei Soriano, nonché per l’incolumità dello stesso Leone Soriano”.

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