CO.RO. – «I dati nazionali del Monitoraggio LEA confermano il paradosso calabrese: la medicina del territorio migliora nei numeri ufficiali ma resta sotto la soglia di sufficienza, mentre la gestione del PNRR rischia di trasformarsi nel classico “gioco delle tre carte” sulla pelle di medici di famiglia e pazienti.
I numeri, a volte, riescono a fotografare la realtà meglio di tante promesse.
L’ultimo monitoraggio del Ministero della Salute
sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) assegna alla Calabria la maglia nera d’Italia con il punteggio complessivo più basso (189 punti). Ma il dato che merita un’analisi profonda, l’unico che è passato sotto silenzio ma che io stesso ho sottolineato con forza in sede di commissione davanti ai vertici sanitari, riguarda l’assistenza distrettuale e territoriale.
La nostra regione ha registrato un balzo in avanti formale di 12 punti, passando da quota 40 a 52 punti. Un miglioramento netto sulla carta, certo, ma che nei fatti ci lascia come l’unica regione in tutta Italia sotto la soglia minima di sufficienza (fissata a 60). Ed è esattamente in questo scarto, tra la sufficienza burocratica e il collasso quotidiano delle strutture, che si consuma il dramma della sanità nella Sibaritide.
Il sovraffollamento cronico dei Pronto Soccorso non è un caso fortuito ed occasionale. È l’effetto diretto di una desertificazione medica che parte da lontano e che le attuali strategie regionali rischiano persino di peggiorare.

  1. Il bluff delle Case di Comunità: spogliare un altare per vestirne un altro.
    L’errore programmatico più grave in atto è la gestione dei fondi PNRR destinati all’edilizia sanitaria. Si creano nuovi contenitori fisici – le Case di Comunità – spesso ristrutturando muri preesistenti, senza calcolare che dentro quei muri dovranno lavorarci gli stessi, pochissimi medici già stremati dal carico burocratico e assistenziale.
    Il meccanismo burocratico attuale assomiglia paurosamente al gioco delle tre carte:
    Servizi già esistenti: Nella Sibaritide, e in particolare nell’area urbana di Corigliano-Rossano, sono già attive da anni le AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali). Queste garantiscono già la continuità assistenziale dei codici bianchi sulle 12 ore diurne, dal lunedì al venerdì. Le neonate Case di Comunità offrono lo stesso identico standard.
    La coperta corta delle 6 ore: Obbligare un Medico di Medicina Generale (MMG), che ha già in carico il massimale di 1.500 o 1.600 pazienti, a prestare 6 ore settimanali all’interno della Casa di Comunità significa pura matematica: quelle ore verranno sottratte alla disponibilità del proprio studio medico o alla copertura della AFT.
    Il paradosso logistico: Anziché istituire queste strutture nelle aree montane e disagiate, dove la carenza di servizi è cronica, si centralizzano nei centri urbani dove i medici già operano. Si fa un “copia e incolla” di personale: il servizio al cittadino non cambia di un millimetro, ma l’importante è tagliare un nastro e dire “abbiamo aperto una struttura”.
    Se il medico di medicina generale è bloccato nella Casa di Comunità a gestire l’utenza generale, chi risponderà al telefono ai suoi 1.600 assistiti? Chi smaltirà la burocrazia asfissiante di ricette e piani terapeutici?
  2. Il buio tecnologico: l’assenza del Fascicolo Sanitario e l’isolamento dei dati
    A rendere ancora più drammatico il quadro è l’assoluta mancanza di digitalizzazione e di interconnessione. Siamo nel 2026, ma la sanità calabrese viaggia ancora a velocità pre-digitali. La mancata reale attivazione e implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) e l’assenza di una messa in rete tra la medicina territoriale, quella ambulatoriale e quella ospedaliera rappresentano un danno incalcolabile per la continuità assistenziale.
    Oggi, nel 2026, ai medici di medicina generale non vengono trasmessi per via informatica i referti ospedalieri di Pronto Soccorso o le visite specialistiche effettuate dai propri pazienti. Il medico di famiglia si trova a dover fare diagnosi e prescrizioni al buio, oppure a rincorrere fogli di carta che il paziente, spesso anziano, dimentica o smarrisce. Questa incomunicabilità tra ospedale e territorio non solo rallenta le cure, ma contribuisce pesantemente a ingolfare i canali ospedalieri, poiché impedisce un follow-up tempestivo ed efficace sul territorio.
  3. Assistenza Domiciliare Integrata (ADI): serve la diagnostica sul campo
    Se si vuole davvero decongestionare gli ospedali, la sfida si vince curando i pazienti a casa loro, specialmente i cronici e i fragili. È indispensabile incrementare e potenziare l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), ma non possiamo farlo a mani nude. L’ADI deve essere supportata dalla diagnostica strumentale di primo livello (ecografi palmari, elettrocardiografi portatili, spirometri, prelievi a risposta rapida). Portare la tecnologia direttamente al letto del paziente permetterebbe ai medici di effettuare esami cruciali a domicilio, evitando il trauma del trasferimento in ospedale e riducendo drasticamente gli accessi impropri nei Pronto Soccorso della Sibaritide.
  4. Il collasso del 118 e l’abuso economico dell’elisoccorso
    Mentre si spendono milioni di euro per i muri delle Case di Comunità, l’emergenza-urgenza territoriale (il 118) è in codice rosso. La carenza di medici d’emergenza è strutturale, legata a turni massacranti e tutele inesistenti.
    Questo deserto sul territorio genera un paradosso gestionale ed economico aberrante: la demedicalizzazione delle ambulanze. Sempre più mezzi di soccorso partono con a bordo esclusivamente infermieri e autisti soccorritori. Figure professionali straordinarie che tuttavia, per legge, non possono fare diagnosi avanzate o somministrare farmaci salvavita in autonomia.
    La conseguenza? L’elisoccorso, concepito per la gestione di eventi emergenziali, rischia di diventare un costoso “taxi”. È quanto dichiara Antonio Sanzi, Consigliere comunale di Corigliano Rossano.

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