Un imponente arsenale da guerra e migliaia di munizioni clandestine, rinvenuti in un locale adibito a studio e deposito balistico nel comune di Acquappesa sul Tirreno cosentino, continuano a rimanere al centro di una fitta e complessa trama giudiziaria che ha registrato un importante pronunciamento da parte della Corte di Cassazione in merito alla legittimità dei sigilli protettivi disposti dall’autorità giudiziaria. La vicenda affonda le sue radici nelle approfondite attività investigative coordinate dalla Procura della Repubblica di Paola, guidata dal procuratore capo Domenico Fiordalisi, che avevano portato gli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro a scoprire una vera e propria santabarbara illegale comprendente fucili, pistole, due mitra, un fucile d’assalto kalashnikov, numerosi caricatori, silenziatori e persino un quantitativo di esplosivo ad alto potenziale, a cui si era aggiunto in un secondo momento il sequestro di circa diecimila cartucce di svariato calibro, comprese munizioni specifiche per contesti bellici. La particolarità più inquietante emersa fin dalle prime fasi dell’operazione risiede nel fatto che la quasi totalità delle armi da fuoco presentava la matricola rigorosamente abrasa, una tecnica tipica dei contesti di criminalità organizzata volta a impedire la tracciabilità delle armi stesse e a occultare la loro eventuale partecipazione ad azioni di sangue o atti intimidatori compiuti negli anni scorsi sul territorio calabrese. Il ricorso giunto dinanzi ai giudici di legittimità della Suprema Corte di Cassazione mirava a contestare il provvedimento di sequestro preventivo applicato a questo immenso patrimonio bellico, ma gli ermellini hanno respinto le tesi difensive confermando la piena validità e la solidità dell’impianto accusatorio e sottolineando la necessità di mantenere il vincolo giudiziario sui beni per evidenti ragioni di sicurezza pubblica e per non compromettere il prosieguo delle indagini. Nel corso dei successivi approfondimenti legati alla medesima inchiesta sul deposito balistico, riconducibile alla gestione di un professionista del settore, i finanzieri avevano scoperto e sequestrato anche svariati documenti riservati, file informatici contenenti vecchie intercettazioni giudiziarie coperte da segreto istruttorio e persino timbri ufficiali del comune di Cetraro, elementi che allargano notevolmente il perimetro dell’indagine sollevando pesanti interrogativi su una potenziale rete di complicità o scambi illeciti di informazioni riservate. Gli accertamenti della magistratura e della Guardia di Finanza proseguono senza sosta proprio con l’obiettivo di risalire ai canali di approvvigionamento di un quantitativo così massiccio di armamenti clandestini e per stabilire con certezza se le armi siano rimaste inutilizzate all’interno della mansarda-deposito o se siano state fornite a cosche della ‘ndrangheta locale per commettere delitti sul territorio del Tirreno cosentino.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome qui

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.