MADONNA DI CAMPIGLIO – Si avvia verso le fasi cruciali il procedimento giudiziario relativo alla violenta aggressione avvenuta il 12 febbraio 2025 all’esterno di una discoteca di Madonna di Campiglio, dove due lavoratori stagionali calabresi, rispettivamente di 21 e 32 anni, rimasero feriti sotto i colpi di fendente sferrati da un venticinquenne di origine rumena residente a Dimaro. L’imputato, attualmente agli arresti domiciliari e gravato dall’accusa di duplice tentato omicidio formulata dal pubblico ministero Nadia La Femina, avrebbe agito in uno stato di alterazione alcolica colpendo ripetutamente le vittime con un coltello al termine di un diverbio per motivi ancora da chiarire compiutamente. Durante l’udienza preliminare svoltasi davanti al giudice Gianmarco Giua, il cuoco ventunenne di origine marocchina si è costituito parte civile richiedendo un risarcimento danni complessivo pari a un milione di euro, con la richiesta di una provvisionale di centomila euro, motivata dalle gravi ripercussioni psicofisiche e dalla dichiarata incapacità totale di reinserimento lavorativo seguita alle ferite riportate vicino alla milza e al rene. A rappresentare gli interessi del giovane lavoratore in questa delicata sede legale è l’avvocato Amerigo Cetraro, professionista originario di Belvedere Marittimo, che ha presentato il conto dei danni subiti dal proprio assistito evidenziando come la prognosi iniziale sia stata pesantemente influenzata dalle conseguenze post-traumatiche. Mentre il secondo ferito, il trentaduenne calabrese, ha riportato lesioni superficiali alla schiena e al torace decidendo di non costituirsi parte civile, la difesa dell’imputato sembra intenzionata a procedere con la richiesta di un patteggiamento della pena, proprio mentre nei prossimi mesi verrà definito con precisione il “quantum” del risarcimento dovuto. Le indagini, condotte dai carabinieri di Riva del Garda, Madonna di Campiglio e Cles, si erano avvalse dei filmati della videosorveglianza e del ritrovamento nell’abitazione dell’indagato degli indumenti ancora sporchi di sangue indossati la notte dell’aggressione.

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