Nota Intervento di Domenico Mazza.

REGGIO 1971, JONIO 2021. MOTI E RIVOLUZIONE.

A 50 anni dalla fine dei moti di Reggio, il centralismo continua a colpire, cambiando bersaglio.

Qualche giorno fa ricorreva il cinquantenario della fine dei Moti di Reggio. Un processo sociologico di movimento collettivo, nato per offesa al senso di regginità, cavalcato, poi, da uno schieramento partitico, perché lo Stato aveva abbandonato la Città dello Stretto. Tutto ciò, in breve sintesi, snaturó il processo stesso del movimento, poiché si marchió quel sentimento con un principio legato alla casacca e non già come l’oltraggio subito da una Città. Alla fine si decise di suddividere gli organi del Consiglio e quelli della Giunta, tra le città di Reggio e Catanzaro. Dividi et impera, il motto che, anche in questa circostanza, aveva scritto una brutta pagina di storia, forse insabbiata in modo frettoloso e mai del tutto, appieno, compresa.
Dopo 50 anni, i poteri centralisti sono ancora lì! Hanno semplicemente cambiato bersaglio, ma perseverano nel loro metodo avvitato su se stesso. Oggi il territorio calabrese si caratterizza per diseconomie di scala che vedono da un lato centri di potere con relative succursali ed aree marginali, dai primi, rese sterili e private anche della dignità.
Vero è che, finalmente, le popolazioni joniche iniziano a consapevolizzare, di essere state, finanche, cancellate dalle mappe geografiche.
Sia chiaro, non serve elidere una scritta da una carta topografica o politica, per decretare la morte di una città o di un ambito! Basta semplicemente perpetrare e perpetuare altrove, rispetto al bersaglio, politiche centraliste. Avvalendosi, anche, di deviato gregariato locale e talvolta di servilismo non richiesto, il gioco è fatto. Ed è così che si influenza, a proprio piacimento, il decorso della storia. Quanto detto è sufficiente ad illustrare come, volutamente, due aree, Sibaritide e Crotoniate, siano state tenute lontane anni luce seppur rappresentino la naturale prosecuzione l’una dell’altra. Trenta anni fa, mancavano i presupposti. La Provincia di Crotone, nasceva da un semplicistico concetto di decentramento amministrativo. Si decise d’istituirla senza aver tenuto conto di quanto questa pesasse, in termini di rappresentanza ed autorevolezza, rispetto al resto. Parimenti oggi diremmo della Sibaritide qualora questa, al tempo, fosse stata istituzionalizzata. La città di Pitagora, non aveva mai conosciuto lo statalismo. Aveva alle spalle 70 anni di industria pesante, che riversava oltre 5000 salari al mese, più indotto. Negli anni 60/70 la demografia aumentava. Dalle periferie, ma un po’ da tutta la Regione, ci si riversava su Crotone perché la città offriva lavoro. E mentre sul finire degli anni ’80, Crotone iniziava a pagare il dazio dell’industria pesante, a Cosenza ed a Catanzaro, spuntavano i germogli di un’industria leggera, diffusa, mai privata, e soprattutto a capitale statale. Avendo il lavoro in casa, molte esigenze non venivano percepite dai Crotonesi. Bastava un’automobile per raggiungere il posto di lavoro, oltrepassare il semaforo allo svincolo nord e percorrere 500 metri di statale 106. Già, la statale 106, quella famosa strada della morte, che però una minima parte della popolazione conosceva nella sua interezza. Del resto chi si recava all’università aveva il suo Crotone-Roma ed il suo Crotone-Milano, che permettevano di raggiungere quasi tutte le località di studio al centro nord. Poi però arrivano gli anni ’90 e sullo Jonio iniziano i processi d’aziendalismo. La mobilità passa dal ferro alla gomma, l’aeroporto viene eclissato a favore di altri scali, e tutto si subordina alla fredda legge dei numeri, che lo Jonio, sembrato, non ha. E pian piano si arriva ai giorni nostri dove, le antiche Sybaris e Kroton hanno lasciato spazio a due brutte copie di quelle che erano fra le realtà più produttive e fiorenti di un tempo. Oggi il centralismo imposto dai Capoluoghi storici ha trasformato questi luoghi in avamposti di periferia, facendo terra bruciata di tutto ciò che potesse rappresentare un principio di sviluppo naturale e sostenibile dell’Area. Solo tornando a ricucire ciò che le deviate politiche hanno volutamente fatto guardare in altre direzioni si potrà pianificare un futuro fatto di obiettivi, risultati ed agognata emancipazione. Non si crescerà se si continuerà a osservare in maniera miope e politicamente deviata altre realtà, ma se si guarderà insieme nella stessa direzione: la direzione jonica.

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