Elezioni Europee, domani si vota, comunque vada, sará un disastro

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Di Marco Travaglio


Salve, sono uno dei 36 milioni e rotti di italiani che domani andranno a votare per le Europee e dovranno scegliere fra le seguenti opzioni.

Chi vota Lega vuole rafforzare Matteo Salvini come uomo solo al comando, talmente solo che se finisse inghiottito in un tombino o in una buca di Roma o di Milano sparirebbe tutto il partito. A meno che non si vogliano prendere sul serio le alternative: Giorgetti, Fontana, Fedriga, Siri, Rixi, Pixi e Dixi. Il guaio è che l’aspirante comandante non si sa bene cosa voglia fare, perché non lo sa nemmeno lui: non ha mai un’idea che sia una (la Lega non ha pubblicato neppure il suo programma per le Europee), al netto delle supercazzole tipo flat tax, autonomie regionali, multe per chi salva migranti che affogano, felpe, ruspe, mitra e altri simpatici ammennicoli. Tutta roba che fa apparire solide e credibili persino la secessione, la devolution, le macroregioni e lo spadone del Bossi. Anzi, un’idea ce l’ha: “Prima gli italiani”. Il guaio è che s’è alleato con i cosiddetti sovranisti d’Europa, che però, non essendo italiani, dicono “prima gli ungheresi”, “prima i cechi”, “prima gli slovacchi”, “prima i polacchi”, “prima gli austriaci”. Cose così. Esercita grande fascino sugli italiani di centrodestra e su quelli poco politicizzati perché non è come B., cioè parla delle loro vite anziché dei suoi reati e delle sue aziende: poi però Siri, Fontana e i leghisti lombardi l’hanno costretto a somigliare a B., cioè a parlare dei loro reati e/o delle aziende amiche, fino all’idea geniale di depenalizzare l’abuso d’ufficio una settimana dopo che è stato contestato al governatore lumbard. Come ministro dell’Interno, parrebbe una pippa cosmica perché al Viminale – fortunatamente – non ci va quasi mai, come del resto al Parlamento europeo quando era eurodeputato. È rimasto più o meno quello che nel 1993, concorrente de Il pranzo è servito, consegnò al presentatore Davide Mengacci quello che resta tuttoggi il suo miglior ritratto in forma di selfie: “Sono un nullafacente”. Allora era un nullafacente sfigato, ora è un nullafacente di successo. Prenderà molti più voti di un anno fa, ma molti meno rispetto ai sondaggi di tre mesi fa, che lo davano al 40%, prima che festeggiasse la Santa Pasqua travestito da Rambo. Paradosso: se prende molti voti, Salvini si rafforza e il governo ha vita più lunga; se prende meno voti del previsto, il governo si indebolisce (insieme a Salvini) e forse cade, perché vince la vecchia Lega che vuol tornare con B.

Così si va subito alle elezioni e ci ritroviamo un governo Salvini con B. ministro della Giustizia. Comunque vada, sarà un disastro.
Chi vota 5Stelle persegue alcuni obiettivi, non tutti compatibili l’un con l’altro. 1) Premiare dei giovani perlopiù onesti (salvo eccezioni) e inesperti (salvo eccezioni), che rifiutano i soldi pubblici, spendono poco, devolvono parte dello stipendio ai bisognosi, combattono la casta, il Tav, perepè perepè. 2) Ringraziare chi, in meno di un anno, ha fatto approvare alcune norme di civiltà attese da trent’anni: anti-corruzione, blocca-prescrizione, voto di scambio, fine-vitalizi, dl Dignità, reddito di cittadinanza. 3) Rafforzare nel governo giallo-verde i “guardiani del baro”, per impedire che Salvini, ringalluzzito da un mega-distacco, la faccia ancor più da padrone. 4) Far capire a tutti che i 5Stelle non sono finiti e che, se il centrosinistra non vuole Salvini&B. al governo, non gli resta che rinnovarsi e poi allearsi con loro. Paradosso: chi vuole indebolire Salvini deve votare per i suoi alleati, o contraenti, che l’hanno pure salvato dal processo Diciotti (senza contare i cedimenti/tradimenti su Tap, Ilva ecc.). E sperare che non lo mollino troppo presto: non prima che il pallone si sia sgonfiato un altro po’.
Chi vota Pd è un po’ come chi vota M5S: lo fa per appartenenza (stavolta al vecchio centrosinistra, ma molto molto vecchio, viste le prime mosse tafazziane di Zingaretti &C.) e/o per fermare Salvini. Ma sa benissimo che, senza alleanze, a un Pd poco sopra il 20% mancano almeno 20 punti per avere la maggioranza parlamentare. E, in questa legislatura, quei 20 punti non li ha nessuno, tranne la Lega e i 5Stelle. Però i renziani, Calenda, Pisapia sono in disaccordo su tutto, fuorché sul no a qualunque patto con i 5Stelle. E basta che controllino 10 seggi alla Camera e al Senato per impedire che, se cade il governo, ne nasca uno nuovo. Paradosso: il Pd ha una sola ricetta, votare subito. Che però è la più esiziale per gli anti-salviniani e la più vantaggiosa per la Lega: che, anche col 30%, supererà il 40 con B. e Meloni. Dunque le elezioni subito auspicate dal Pd manderanno quasi certamente al governo Salvini, B.&C. Perché l’unica speranza che il pallone gonfiato si sgonfi è lasciarlo rosolare al governo almeno un altro anno. Cioè lasciargli fare altri danni.
Chi vota FI, beh, ci siamo capiti.
Chi vota FdI vuole una destra ultraconservatrice, che però non sia guidata da un pregiudicato né da un energumeno. E la Meloni, rispetto all’energumeno, appare ultimamente una pericolosa moderata. Paradosso: non ha altra scelta che portare acqua al mulino dell’energumeno.
Chi vota altre liste, animato dalle migliori o dalle peggiori intenzioni, ha ottime probabilità di dare un voto inutile: nessun sondaggio degli ultimi mesi dà un sesto partito, in aggiunta ai cinque citati, sopra lo sbarramento del 4%. Il ricatto del “voto utile” è odioso, ma bisogna giocare con le regole esistenti. Paradosso: proprio chi teme per le sorti della democrazia rischia di buttare il suo voto. Aiuto!

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