Da Mimmo Lucano a Mario Oliverio, quando la giustizia in Calabria é (Anche) un gioco di potere

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Di Saverio Di Giorno

Quando si aprirono le indagini a carico di Lucano, che poi si chiusero con l’esilio, molti si chiesero come funzionasse la magistratura qua in Calabria e se proprio non avesse altro a cui guardare. Ora che gli è stato revocato il divieto, proprio ora, forse abbiamo una risposta: non è una questione di magistratura, ma di potere.

Il potere calabrese è come lo shangai. Chiunque abbia giocato almeno una volta a quel gioco può capire subito l’accostamento. In questo gioco bisogna sfilare le barrette sovrapposte in maniera casuale senza però che venga giù tutto. 

Bisogna stare attenti, insomma, a non togliere quelle barrette che ne sostengono altre, ma a liberare man mano il peso e, quando la barretta è rimasta sola, la si può prendere. Ecco, diciamo che la mano che va ad agire è la magistratura a volte, altre volte i dirigenti stessi. Le barrette che si appoggiano sopra possono essere accordi, patti più o meno taciti e taciuti, il consenso elettorale ecc. 

Prendiamo il caso del gov. Oliverio. Sopra di lui gravava il peso di un largo consenso popolare alle regionali del 2014 ed erano davvero tante barrette che piano piano sono state tolte. Ma nel frattempo, grazie anche a tutte quelle barrette, si sorreggevano tanti nomi come quelli della deputata PD Bossio o del marito Adamo e, vicino a lui, si appoggiavano tanti altri, come il sen Magorno. Quando sono venute meno molte barrette si è avvicinata anche la magistratura che nell’inverno passato ha provato a sfilare proprio la barretta Magorno e Bossio. Temendo di rimanere senza altri appoggi, la barretta Magorno si è allontanata da sola, forse per paura che la mano prendesse anche lui o comunque per rimanere in gioco; ha rotolato prima verso la magistratura stessa, dopo verso quelle gialle dei 5 stelle che al momento sono molto numerose. Qualcuno ha detto che è stato troppo avventato, dal momento che non ha atteso neanche la chiusura delle indagini, ma forse è solo stato molto scaltro e ha giocato d’anticipo. Molto scaltro o molto informato.

Il segretario Zingaretti ha provato anche lui a sfilare Magorno. Ha quasi chiesto al governatore di non ricandidarsi, ma non ha potuto chiedergli il passo indietro come ha fatto in Umbria nel caso simile. Evidentemente c’è ancora qualche barretta poggiata e non può toglierla del tutto.

La magistratura, d’altro canto, pare proprio che sia costretta ad agire solo quando non ci sono troppe barrette poggiate. Perché è pur vero che la magistratura è la mano, ma è come se fosse anche questa seduta su qualche barretta e non può sfilare posizioni che la farebbero precipitare. È da tempo che si chiede chiarezza su tutto un mondo che ruota intorno al territorio di Cosenza, ci sono mezze indagini aperte e persino qualche pentito. Forse qualche indagine aperta prima avrebbe impedito qualche nefandezza, qualche cantiere, invece la si apre solo su chi ha poche barrette sopra e solo quando ne ha ormai poche. Il dott. Gratteri con l’indagine passparteout si è aperto un varco a Cosenza, ma c’è da dire anche che siede o sedeva sulle barrette verdi della lega. Pare infatti che sia ben visto in quegli ambienti ed è ben visto anche da Renzi che lo voleva come ministro. Forse è anche per questo che Lucano solo ora, dopo la caduta del governo, sia potuto rientrare nella sua Riace. 

È pur vero che quando qualcuno ha avuto molte barrette sopra crea troppi appoggi e viceversa per avere tante barrette occorre potersi appoggiare a tante altre e il caso del potere renziano è questo: è durato saldamente per 3 anni e ha avuto il benestare sia degli intricati mondi delle banche di Siena che nei vari territori. Non è un caso se nel nuovo governo non hanno potuto evitare di mettere dei renziani di ferro con i quali potrà tenere in scacco il governo.

In questo diabolico gioco non si può evitare la ‘ndrangheta. Questa gioca da barretta e da mano allo stesso tempo. Toglie e dà consenso, sposta barrette e decide quale barrette abbandonare, ma può accadere anche che decida di sostenere una barretta sbagliata o bruciata e, in tal caso, anche su quella barretta-clan che non ha più gli appoggi interviene la magistratura o più velocemente un’altra barretta-clan a prendere il suo posto. E in molte zone, questo avvicendamento sta avvenendo a colpi di nuovi incendi, ritrovamenti di armi o addirittura cadaveri di come non se ne vedevano da un tempo. 

Il forte consenso della Lega aveva sparigliato le carte, anche perché sembrava conoscere molto bene i territori anche qui in Calabria, riuscendo a radicarsi subito. Tanto per fare un esempio, Salvini evitò accuratamente di sostenere il candidato nella città di Corigliano-Rossano nonostante fosse una grande città e si fosse prodigato in altre più piccole. Ora però, al momento, è uscita di scena e ha permesso a qualcuno di provare a rientrare mentre tutti provano ad avvicinare i più malleabili 5s. Tutti attendono sperando di essere ancora indispensabili. 

Noi per ora abbiamo un consiglio non da sostenitori, né da detrattori, ma da semplici osservatori e da amanti della nostra terra: presidente Oliverio si dimetta. Che sia invischiato o meno. Non attenda le elezioni, non attenda indagini, soprattutto non attenda che glielo chieda ancora il partito. Prenda lei le distanze da questo mondo e allontani anche solo i dubbi per rispetto a chi l’ha votata, ma anche a tutti i calabresi.

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