Sequestro Ghidini (1991) la trattativa Stato-Ndrangheta, i servizi segreti e gli oscuri intermediari

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di Claudio Cordova – 
Una trattativa in cui al tavolo sedevano gli ‘ndranghetisti, pezzi dello Stato, rappresentati dai Servizi Segreti, e oscuri intermediari. E’ questo lo scenario delineato dal collaboratore di giustizia Nicola Femia, uomo della Locride divenuto negli anni ras delle slot machine in Emilia Romagna e oggi pentito.

Femia risponde alle domande del pm antimafia Stefano Musolino nell’ambito del maxiprocesso “Gotha”, celebrato contro la masso-‘ndrangheta. Al cospetto del Tribunale presieduto da Silvia Capone, Femia ricorda gli anni nella Locride, il primo omicidio da minorenne, i traffici di droga e poi il redditizio business sul gioco d’azzardo in Emilia Romagna: “I soldi provento del narcotraffico finivano in Vaticano per poi essere spostati all’estero” afferma.

Cugino del boss Marina di Gioiosa Ionica, Vincenzo Mazzaferro, Femia diventerà suo “riservato”. Attraverso questa posizione-cerniera, riuscirà ad apprendere diversi segreti sull’organizzazione della ‘ndrangheta e sui rapporti con mondi occulti: “I rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria ci sono fin dai tempi della rivolta di Reggio Calabria, per aggiustare processi e prendere appalti”. Sarebbero stati uomini come Mazzaferro, ma anche come don Paolino De Stefano a tessere queste preziose alleanze: “Mazzaferro – spiega Femia – si incontrava con uomini dello Stato o mandava il suo autista, Isidoro Macrì”. Un rapporto, quello tra il boss e gli 007, che sarebbe servito per acquisire informazioni reciprocamente, ma anche per permettere allo stesso Mazzaferro di mantenere l’impunità.

Proprio a questo punto, il racconto di Femia si fa inquietante.

I fatti sono quelli del sequestro di Roberta Ghidini, sequestrata il 15 novembre 1991 a Centenaro di Lonato, in provincia di Brescia, e liberata in Calabria dopo 29 giorni. Un sequestro per il quale è stato condannato il boss Vittorio Jerinò: “Dopo il sequestro Casella, i capi si riunirono per far cessare la stagione dei sequestri, per via della troppa attenzione da parte dello Stato. Ma Vittorio Jerinò fece ugualmente il sequestro Ghidini per fare un dispetto al fratello Giuseppe, di cui era sempre stato invidioso”.

Una liberazione non facile, quella della Ghidini, avvenuta dopo un periodo molto intenso di trattative tra la ‘ndrangheta e pezzi dello Stato: “Vincenzo Mazzaferro fu scarcerato velocemente dal carcere di Roma dove era detenuto per risolvere la situazione”. Tra gli uomini dello Stato coinvolti nelle trattative, Femia ricorda il questore Speranza, ma anche il maresciallo Spanò, organico ai Servizi Segreti. Ma in mezzo, sempre secondo il collaboratore, si sarebbero mossi almeno due soggetti cerniera: l’avvocato Furfaro e il giornalista Paolo Pollichieni, da ultimo direttore del Corriere della Calabria, fino alla recente scomparsa.

La liberazione sarebbe costata 500 milioni di lire. Soldi che, a dire di Femia, sarebbero stati divisi tra Mazzaferro, Jerinò e i Servizi Segreti: “I soldi da Roma furono portati da Pollichieni a Mazzaferro e poi a Jerinò. Una parte è rimasta ai Servizi. Il coinvolgimento dei Servizi Segreti nei sequestri è una cosa che nel nostro ambiente sanno anche i bambini” afferma Femia.

Una trattativa Stato-‘ndrangheta inquietante, anche per quello che sarebbe avvenuto dopo. Vincenzo Mazzaferro verrà ucciso pochi anni dopo: “Nessuno della ‘ndrangheta voleva la sua morte” afferma Femia. E allora, il sospetto: “I protagonisti di quelle vicende sono tutti morti, ma senza una spiegazione di ‘ndrangheta”.

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