Il Crazy Beach, la movida sana, i corsi bartender unici nel proprio genere

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Il Crazy Beach dei fratelli Tripicchio é uno dei centri nevralgici del basso tirreno cosentino, per la movida dei giovani, soprattutto nei mesi estivi.

Lo stabilimento balneare, che inaugura con la prima serata, il 28 Giugno, organizza serate di discoteca molto frequentate, ed é famoso per i cocktail, di altissima qualitá e belli da vedere.

Perché? Perché se in consolle si sfidano i dj piú bravi della provincia, al bancone, la star della serata é Steven Tripicchio bartender amante del Freestyle e proprietario della scuola bartender soul.

Per chi non lo sapesse

i bartender, che, per quanto simili ai barman classici, se ne differenziano per alcuni tratti. In generale, il barman prepara le bevande alcoliche utilizzando tecniche e strumenti tradizionali, mostra maggiore attenzione alle ricette e alla presentazione dei drink; avendo un approccio più “raffinato”, è più legato ad ambienti di un certo livello, come grandi hotel e lounge bar. Al contrario, il bartender lavora con un approccio più moderno e utilizza tecniche che velocizzano molto la preparazione dei cocktail, ciò rende questa figura particolarmente adatta a gestire le situazioni e gli ambienti con maggiore affluenza, come discoteche e pub. A questa seconda categoria appartengono i barman acrobatici e freestyle, cioè quei barman capaci di padroneggiare tecniche spettacolari volte ad attirare l’attenzione del pubblico e a calamitare così numerosi avventori. Nel gergo del settore l’insieme delle tecniche acrobatiche si chiama flair. Lo stile flair comporta la preparazione dei drink in maniera rapida ed estrosa, prevede ad esempio versaggi contemporanei, prese e lanci di bicchieri o bottiglie davanti e dietro la schiena. Tutto ciò ha lo scopo di sorprendere il cliente, intrattenerlo, renderlo partecipe e incline a fare conoscenza con gli altri avventori, e ciò si traduce in un incremento di consumazioni, prestigio per il locale e acquisizione di nuovi clienti. I bartender più bravi, una volta giunti all’ultimo stadio nell’arte della miscelazione, possono partecipare a competizioni ed esibizioni di settore.
Molta della popolarità che la categoria dei bartender ha acquistato, soprattutto agli occhi dei più giovani, e la diffusione dell’immagine vincente del barman, deriva da un film di successo degli anni Ottanta, intitolato Cocktail e interpretato dall’attore Tom Cruise. Nel film, un giovane ambizioso, Brian Flanagan, inizia come semplice barista in un locale di New York per diventare presto il più noto barman di Mahattan grazie alle sue spettacolari esibizioni e all’invenzione di uno speciale cocktail.
Steven, ha un passato vincente proprio in America, dove ha appreso e migliorato la tecnica ed affinato le esibizioni, con il passare del tempo.

“Mi ha sempre affascinato fin da piccolo il mestiere di barman, ricordo chiaramente quando frequentavo la scuola elementare, appena trasferitomi dagli Stati Uniti, e alla mia classe fu rivolta la fatidica domanda: “Bambini cosa volete fare da grande?” I miei compagni giustamente risposero: l’astronauta, il presidente, il modello, il cantante eccetera, io ho risposto senza esitare: il bar tender!!!

Sicuramente, nell’intraprendere questo percorso, sono stato stimolato dal fatto che i miei genitori avevano un bar, e io ogni giorno dopo avere fatto i compiti dovevo stare almeno un’ora nel bar, poi mi permettevano di giocare con i miei amici. Il primo cocktail Martini (uno dei miei cocktail preferiti), l’ho visto fare a mio padre. Avevo circa 5 anni, ero in America, e quel giorno mentre lui preparava questo cocktail e si relazionava con le persone mi sono detto: io voglio fare questo nella vita. Voglio diventare un buon bar tender. È un problema serio quando dietro al bancone si trova una persona che non ha formazione, quindi un barman autodidatta; teoricamente un cocktail dovrebbe avere sempre la stessa quantità alcolica. È importante, perché un organismo può essere abituato a bere tre cocktail tipo “long Island” e non sentirli. Ma se gli stessi cocktail vengono preparati da un autodidatta può succedere che bevendo i tre soliti cocktail ci si ubriachi perché sono state raddoppiate le dosi alcoliche. Io mi occupo di formazione, ho una scuola di american bar (bartender soul). Negli ultimi 4 anni ho vissuto di più in America che in Italia, proprio per approfondire nel migliore dei modi il mio lavoro. Ai ragazzi che frequentano i corsi oltre a farli diventare bartender spieghiamo anche gli effetti positivi e negativi dell’alcool. L’esperienza nel New Jersey, a Filadelfia, New York, mi ha arricchito professionalmente e culturalmente. Mi ha fatto capire cosa significhi bere in modo responsabile e trasmettere ai clienti questo messaggio. Attualmente collaboro con una scuola di New York. In America la storia è un po’ diversa: per poter lavorare in questo settore è indispensabile avere acquisito l’attestazione di frequenza al corso che è denominato “101” (Alcohol Awareness Certified Bartender), qui si apprendono gli effetti provocati dall’alcool, ma soprattutto a saper riconoscere le persone e, in base a ciò, viene imposto di non servire alcol a persone ubriache ma piuttosto a prendersene cura, servendo loro acqua e/o portandoli in una stanza antipanico. È necessario sapere che, assunti in piccole dosi, i cocktail possono essere nutrienti, soprattutto i cocktail alla frutta i quali contengono vitamine, sali minerali ecc. Ma quando l’alcool è in eccesso ha un effetto contrario, inizia letteralmente a consumare il corpo dall’interno, ecco perché poi si ha la necessità di bere acqua, incombe la disidratazione. È dunque indispensabile che ci sia una formazione indipendentemente dalla scuola che si decide di frequentare.Non è facile stabilire a che età le persone si approcciano all’alcool. Esistono tante bibite dichiarate analcoliche ma in realtà non lo sono. Per lo Stato italiano qualsiasi bibita con una gradazione alcolica pari a 0,9 gradi si può definire analcolica. Dunque, anche se non siamo consapevoli, l’approccio all’alcool inizia fin da bambino. Stranamente le persone che consumano maggiormente alcool oscillano da un’età che va dai 15 ai 25 anni; dai 15 ai 20 bevono come se non ci fosse un domani, difatti non è inusuale vedere persone che parlano e bevono per diverse ore e il giorno dopo non si ricordano neanche di essere stati in quel bar. Questa cosa è scioccante!Per tutto ciò, come staff, riteniamo fondamentale effettuare attività di sensibilizzazione sul fenomeno dell’alcool dipendenza, soprattutto tra i giovani, riferendo che il problema non è l’alcool di per sé ma il suo uso. Un cocktail bevuto in compagnia e con moderazione può essere un toccasana per il corpo e la mente. Un’ottima scusa per uscire e stare in compagnia con gli amici. Al contrario chi fa abuso di alcool ed è abituato a bere da solo, genera paranoia, aggressività e tende a isolarsi dal resto del mondo.Dunque ragazzi, se volete bere un cocktail assicuratevi che la persona che trovate dietro al bar abbia una formazione appropriata, altrimenti fate come faccio io, chiedete una birra. E sempre con parsimonia per la vostra e altrui incolumità”.

Dopo la serata di inaugurazione in programma il 28 Giugno, il Crazy Beach ospiterá due eventi unici nel proprio genere.

1-2-3 Luglio Bartender workshop, mentre 4-5 Luglio appuntamento con la competizione “World flair” promossa sempre da Steven e dai fratelli Tripicchio.

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