Di Argentino Serraino 

Editoriale da leggere a cura di Zoom24, disponibile al seguente link

Ma se il primo focolaio del Coronavirus in Italia non fosse stato a Codogno ma a Lamezia. O a Locri, o Cetraro, Soverato, Pizzo. Oppure a Cirò Marina. Insomma, in uno dei tanti comuni calabresi. Se il virus fosse esploso in Calabria, come sarebbe finita? La risposta l’abbiamo sentita ripetere decine di volte: male, molto male. E il pericolo, lo sappiamo bene, è tutt’altro che passato. Ma perché il sistema sanitario calabrese è messo così male? Com’è arrivato a essere – secondo l’ultima ricerca di Demoskopika – il peggiore d’Italia? Chiariamo, non è nostra intenzione fare polemiche. Quello che ci preme è stimolare sin da subito una riflessione nei cittadini calabresi – mettendo nero su bianco, con dati e cifre concreti, quei famosi “tagli alla sanità” di cui si sente tanto parlare – per far si che una volta che questa pandemia sarà finita si possa affrontare seriamente il problema sanità in Calabria. E non ritorni, come se nulla fosse successo, una semplice lamentela da bar.

Tagli al personale per migliaia di unità. Le ragioni che, anno dopo anno, hanno ucciso la sanità calabrese sono diverse. Un primo aspetto è sicuramente collegato al personale sanitario sempre più carente. Quelli che la politica definisce “eroi” in tempo di Coronavirus, infatti, hanno subito enormi tagli nel corso dell’ultimo decennio. Secondo il “Rapporto Sanità 2019” del Centro studi Nebo, infatti, a livello nazionale la forza lavoro ospedaliera nel 2010 era stimata in poco più di 652mila unità, scesa però, nel 2017, a 609mila. Questo si è tradotto in un taglio al personale in media del 6,6%. Si va però dal 2.7% della Lombardia e lo 0.9% del Veneto, al 9% di regioni come Puglia e Sicilia. E in Calabria? Siamo tra i peggiori della classe, con la maestra che ci rimprovera un taglio al personale del ben 17.1%. Un tabellino che segna – dimenticando per un attimo le percentuali – 3800 dipendenti in meno dal 2010 al 2017. Nello specifico, rimanendo in ambito calabrese, si va da tagli per il 15% del personale medico al 13% di quello infermieristico. Passando per il 24% in meno di figure tecnico-professionali. Questo ha portato a un impoverimento dell’offerta sanitaria costringendo migliaia di operatori a turni di lavoro massacranti. Si, proprio a causa degli stessi che ora vanno in tv a definirli “eroi”.




Posti letto diminuiti in vent’anni del 60%. Ma a essere carenti, oltre al personale sanitario, sono anche i posti letto. I dati sono a dir poco impietosi: dal 2000 al 2013, secondo l’elaborazione del “Quotidiano Sanità” sui dati del ministero della Salute, la Calabria è passata da 9915 posti letto a soli 5874, con un taglio netto (e tutt’altro che indolore) del 40,7%. E se in questo modo nel 2013 la Calabria aveva appena 3 posti letti ogni 1000 abitanti, nel 2018 sono diminuiti ancora diventando solo 1,95 ogni mille abitanti. Un drastico taglio complessivo, dal 2000 al 2018, di circa il 60%. Pensate a cosa vuol dire eliminare 6 posti letto ogni 10 negli ospedali calabresi. Una cifra talmente spropositata che può essere usata al posto delle pecorelle per addormentarsi la sera. Provateci, a contare a uno a uno i 60 posti ospedalieri (ogni cento) tagliati in Calabria.

Ospedali chiusi in ogni provincia. A cosa è dovuta la carenza dei posti letto? La causa va ricercata in una spietata chiusura degli ospedali – a volte trasformati in strutture per anziani (rsa) o case della salute – che non ha risparmiato nessuna provincia. In questo modo, inoltre, decine e decine di paesi sono stati lasciati senza un pronto soccorso. E così la città metropolitana di Reggio Calabria ha perso negli anni 5 ospedali: quelli di Oppido Mamertina, Palmi, Scilla, Siderno e Taurianova. Va ancora peggio nel Cosentino, dove gli ospedali chiusi sono stati ben 6: a Cariati, Lungro, Mormanno, Praia a Mare, San Marco Argentano e Trebisacce. Seguono poi le altre province che hanno perso nel tempo l’ospedale di Chiaravalle (Catanzaro), Soriano (Vibo Valentia) e Mesoraca (Crotone).

Infiltrazioni della ‘ndrangheta. Solo colpa della politica? Attenzione a non cadere nel tranello. Ai tagli che si sono susseguiti negli anni dev’essere aggiunto, infatti, uno spreco di denaro pubblico causato da infiltrazioni mafiose (e non solo). L’esempio emblematico, balzato all’onore delle cronache nazionali, è quello dell’Azienda Sanitaria Provinciale (Asp) di Reggio Calabria, commissariata il 13 marzo dello scorso anno proprio a causa delle infiltrazioni della ‘ndrangheta. Con debiti pari, scrivono i commissari, a circa 650 milioni di euro. Quasi un miliardo. Cifre causate tra l’altro, come ha denunciato l’ex commissario Santo Gioffrè, da un sistema di doppi o tripli pagamenti a strutture private convenzionate. Uno sperpero di fondi pubblici su cui è intervenuta anche la Guardia di Finanza. A riguardo Giuseppe Gentile, segretario regionale dell’organizzazione sindacale Sulpi, ha parlato di una “triade terribile” formata da “politica, massoneria e mafia” che ha letteralmente “distrutto la sanità in provincia di Reggio”.

Di chi è la colpa? Grave carenza di personale medico, infermieristico e di supporto. Casi di malasanità di cui si è perso il conto. Disorganizzazione fatta apposta per privilegiare le cliniche private. Ospedali usati come serbatoi di voti. Strutture molto vecchie che non rispettano i requisiti normativi. Reparti nuovi che, dove presenti, capita rimangano completamente inutilizzati perché “in attesa di collaudo”. Dove si prova a costruire nuovi ospedali, vedi il caso di Vibo Valentia, è passato oltre un decennio e diversi anni dovranno ancora passare. Ma qual è il problema di fondo? Lo scorso settembre, ai microfoni della trasmissione “Presa diretta”, lo ha spiegato molto bene il procuratore antimafia Nicola Gratteri: “C’è un disordine organizzato che riguarda soprattutto l’apparato della pubblica amministrazione, dove molte volte dentro c’è la ‘ndrangheta. Non è possibile che il 75% o più del bilancio della Regione sia destinato alla sanità, ma questa poi non funzioni”. La colpa di chi è, quindi? “Chiunque ha avuto il potere non è intervenuto. È anche una questione di massoneria deviata, di arroganza del potere”. Per questo secondo il procuratore di Catanzaro è importante che i commissari e i direttori generali delle Asp siano persone di fuori regione, “che non hanno nulla a che vedere con la Calabria”. Facendo ben capire, in conclusione, quanta illegalità ci sia nelle Asp calabresi: “Entrare in un Asp e mettere mano ai conti vuol dire azzerare guadagni illeciti per milioni e milioni di euro. Stiamo parlando di guadagni che – concludeva eloquentemente Gratteri – si avvicinano a quelli della cocaina”.