Oggi un’intera nazione si ferma nel ricordo della strage di Capaci.
Una celebrazione all’insegna dell’ipocrisia e della retorica ad uso e consumo di un esercito di “professionisti dell’antimafia”.
Quell’antimafia di facciata, che è conveniente sbandierare ad ogni piè sospinto, per poter rivendicare meriti ed accaparrarsi consenso.
Un nugolo di sepolcri imbiancati tutti intenti ad omaggiare, avendo cura di mettersi bene in mostra, chi non sono neppure degni di nominare.
Uno stuolo di banderuole che sempre più spesso vediamo coinvolte in scandali giudiziari e che, con la criminalità, fanno affari d’oro.
Durissimo il Codacons che in un comunicato sostiene come a così a distanza di oltre trent’anni non ci rimane che prendere atto di quanto sia stata lungimirante la profezia sciasciana.
Specie quando si scagliava contro quei sindaci sempre in prima fila, dai cortei antimafia alle panche delle cattedrali, nello spregiudicato obiettivo di acquisire meriti “civili” per continuare i loro squallidi affari.
Oggi come allora, continuiamo ad assistere, in religioso silenzio, a decine e decine di amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose e, dopo esserci indignati siamo prontissimi a rivotare gli stessi soggetti “infiltrati”.
Siamo un paese dove un “candido” responsabile dell’anticorruzione viene rinviato a giudizio per corruzione; un paese che ha consegnato perfino la sanità in mano ai criminali, visto il record di ASP sciolte per mafia e, da ultimo, dove un coordinatore per l’emergenza sanitaria finisce in carcere per tangenti.
Anche se, a ben guardare, rispetto al 10 gennaio 1987 dello j’accuse di Sciascia, qualcosa è cambiato.
Purtroppo quell’esercito di “professionisti” ha ingrossato le fila, affascinando non solo politici ed amministratori locali ma anche imprenditori, giornalisti, magistrati e finanche preti.
Ma oggi spazio alla commozione a comando.
E chissà quante lacrime di coccodrillo saranno versate, ovviamente davanti le telecamere.
Forse il miglior ricordo sarebbe il silenzio
. Un’ammissione di colpa per aver lasciato morire tanti servitori dello stato. E, soprattutto, la commemorazione dovrebbe essere quotidiana, costante nel nostro modo di agire, nel nostro modo di pensare.
Di certo da domani, come per magia, tornerà quello strano imbarazzo nel pronunciare la parola “mafia”, ma anche “n’drangheta”… e ad imporre la sordina ci saranno molti di quei farisei che oggi sgomiteranno per farsi notare.
Quelli che con le mafie fanno affari d’oro. Senza nessun rispetto per le vittime e per chi, ogni giorno, senza riempirsi la bocca di falsi elogi e demagogia, prova a fare il proprio dovere.
Il silenzio è sempre stato gradito alle cosche. Non a caso la lotta alle mafie è scivolata fuori dalle priorità.
E’ un argomento che non genera consensi, meglio agitare il pericolo “extracomunitari”, tanto quelli non votano.
I delinquenti, in fondo, preferiamo farli diventare divi degli schermi televisivi, offendo ai ragazzi come se fossero dei modelli da imitare.
La criminalità è un virus, e siamo tutti chiamati a contrastare questo contagio; senza paura di parlarne, senza paura di scriverne e, soprattutto, senza paura di denunciare. Puntando il dito contro i suoi principali interessi: potere, consenso e, soprattutto, danaro. E per contrastare il malaffare bisogna – come suole ripetere il Procuratore di Catanzaro – seguire l’odore dei soldi, aprire gli occhi sugli appalti.
Il silenzio, mai come in questo caso, è complice.
Purtroppo oggi sarà il trionfo dell’ipocrisia, che finirà per uccidere le vittime per l’ennesima volta. Oggi rischiamo di celebrare la vittoria dell’antimafia di facciata, che è la vera forza delle mafie.

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