di Aaron Pettinari

Dalla Procura di Reggio Calabria arriva un nuovo impulso investigativo per cercare di ricostruire quanto avvenuto nei primi anni Novanta quando, tra il 1991 ed il 1994, Cosa nostra e ‘Ndrangheta hanno avviato una collaborazione con l’obiettivo di attuare un piano di destabilizzazione del Paese anche con modalità terroristiche. L’operazione “‘Ndrangheta stragista” ricostruisce alcuni tasselli di quella stagione a partire dagli attentati contro i carabinieri nel 1994.

Ma ci sono anche altri fatti che la Dda reggina sta cercando di ricostruire a cominciare dall’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto il 9 agosto 1991, che in Cassazione avrebbe dovuto rappresentare l’accusa nel maxi-processo che vedeva imputati proprio i boss di Cosa nostra. Per la sua uccisione furono istruiti e celebrati ben due processi, (uno contro Salvatore Riina e sette boss della “Commissione” di Cosa Nostra, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri sei boss, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola) ma tutti furono assolti perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia che riferirono sui fatti vennero giudicate discordanti.

Oggi però ci sono nuove indicazioni. I pm reggini, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il sostituto della Dna Francesco Curcio stanno cercando di capire se quell’omicidio è stato il primo tassello di quell’attacco allo Stato messo in atto dalle organizzazioni criminali in quella terribile stagione.

Il pentito Nino Fiume, ex killer agli ordini della della cosca De Stefano e uomo di fiducia del boss Giuseppe De Stefano, avrebbe riferito ai magistrati ulteriori dettagli, addirittura su chi ha compiuto l’omicidio. Il collaboratore di giustizia, durante un’udienza del processo Meta è stato stoppato durante l’esame dal pm Lombardo, prima che lo stesso potesse rilasciare dichiarazioni coperte dal segreto investigativo.

A raccontare il dettaglio è stato Il Fatto Quotidiano. “È stata una cortesia a persone di Cosa nostra, perché il dottore aveva in mano il processo di Palermo. A detta di Giuseppe De Stefano, erano due calabresi. Non ho toccato questo argomento nel 2003 per cercare di non toccare le istituzioni” ha dichiarato lo scorso 11 luglio in aula – . I Garonfalo non volevano che venisse toccato il giudice. A detta di Giuseppe De Stefano, secondo lui a sparare al dottore è stato…”. E a quel punto è intervenuto il magistrato: “No, no, aspetti. La prego sui nomi di evitare in questa sede”.

Uno stop necessario per evitare sorprese. Un nuovo capitolo aperto, come quello sugli uomini dal volto coperto che possono aver avuto un ruolo nelle stragi. Tanto a Palermo quanto a Caltanissetta, Firenze ed ora Reggio Calabria si cerca di mettere in fila i pezzi. Il capo della Dna Franco Roberti ha parlato chiaramente di “complici a volto coperto” la cui presenza si “tocca con mano” ma che non si “riescono ancora ad individuare”.

Nelle indagini dei pm reggini torna con forza il nome di Giovanni Aiello, l’ex poliziotto conosciuto come faccia di mostro (deceduto un paio di anni fa). A parlare di lui è il pentito Antonino Lo Giudice. Una vicenda complicata la sua, dopo la fuga dalla località protetta con tanto di ritrattazione delle proprie accuse, salvo poi tornare nuovamente sui suoi passi dopo l’ulteriore arresto della polizia. Agli investigatori ha spiegato le ragioni di quell’azione improvvisa dopo il colloquio investigativo del dicembre 2012 tenuto alla Dna con il pm Gianfranco Donadio.

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A spaventarlo non furono le modalità di conduzione ma gli argomenti “scottanti” ed in particolare la “visita” ricevuta da due uomini armati che spacciandosi per carabinieri bussarono alla sua porta di casa: “Un uomo in borghese che si qualificò come Carabiniere, chiamandomi per nome, mi disse di salire a bordo. Con lui c’era un’altra persona. Mi portarono fuori Macerata presso una Bravo marrone dove c’erano altri due carabinieri, verosimilmente dei servizi, per come io ho capito. In macchina vi erano due persone; quello lato passeggero mi disse di ‘stare attento’ dato che avevo parlato di Aiello di cui non avrei, invece, dovuto parlare. Nel discorso io riferii di avere delle registrazioni che avevo fatto dopo il colloquio con Donadio che dimostravano che io non avevo detto nulla su Aiello; queste persone vennero a casa e presero queste registrazioni che io gli consegnai“.

E poi ancora: “Su detta macchina vi era una persona pelata, con accento laziale…Questi mi disse prima di stare tranquillo. Mi disse che sapeva che io aveva parlato di Aiello e mi disse che dovevo stare attento specie nel futuro a parlare di certi argomenti. Io dissi che a Donadio non avevo raccontato nulla di Aiello; a questa persona io consegnai le registrazioni“.

Ascoltato dai magistrati reggini e da quelli di Catanzaro nel settembre 2014 Lo Giudice ha poi aggiunto: “Mi chiedete se comunque io avevo mai sentito parlare prima di allora, prima che Donadio mi facesse simili domande di Aiello. Vi dico la verità: Aiello lo sentii nominare all’Asinara; ero stato lì detenuto nel periodo 1992/1995“.