Cosa Nostra, la Cupola, l’Arresto di Mineo, i legami con la Ndrangheta per la coca

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Cosa Nostra era tornata all’antico per eleggere il nuovo capo dei capi. Dopo la morte di Totò Riina, i capi mandamento avevano rimesso in piedi la Commissione provinciale per stabilire chi sarebbe stato l’erede del padrino di Corleone, deceduto poco più di un anno fa. E avevano scelto Settimino Mineo, 80 anni, ufficialmente gioielliere, con un “curriculum” mafioso lungo decenni. Né Matteo Messina Denaro né nuove leve: la Cupola – mai convocata dall’arresto di Riina, l’unico che poteva riunire il gran summit del gotha mafioso siciliano – aveva deciso di ripartire da un ottuagenario che negli anni aveva mostrato fedeltà e discrezione.

Senza dimenticare i nuovi business e le stringenti necessità che, ha spiegato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, avevano portato a “cogestioni tra Cosa nostra e ‘ndrangheta ma anche tra Cosa nostra e la camorra, soprattutto per il traffico di cocaina” e “in materia di rifiuti ad esempio”.

La riunione dei capimandamento il 29 maggio – È quanto ricostruito dall’inchiesta della Dda di Palermo che ha portato al fermo di Mineo e di altre 45 persone. Dopo il decesso di Riina nel carcere di Parma il 17 novembre 2017 e una vacatio di qualche mese, stando a quanto accertato dai magistrati guidati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, Mineo era stato designato al vertice dalla Commissione provinciale il 29 maggio scorso: segno che i clan avevano scelto di tornare alla struttura unitaria di un tempo. “Nel corso della riunione dei vertici di Cosa nostra – ha spiegato il procuratore capo di Palermo – è stato riconosciuto il nuovo capo, quello che potremmo definire il ‘Presidente della Commissione’ di Cosa nostra.

Lo Voi: “Si è discusso delle nuove regole” – Quella riunione è stata individuata, anche per il tenore delle frasi, come la prima nuova riunione della rinnovata Commissione, nel corso della quale, dopo avere adottato cautele per raggiungere il luogo dell’incontro, si è discusso delle nuove regole”. Perché c’era l’esigenza di ristabilire delle regole “che si erano perse per strada”, ha aggiunto Lo Voi. “Che questa fosse una riunione di Commissione si ricava anche dal fatto che importanti soggetti di Cosa nostra e noti alle forze dell’ordine, benché presenti non avevano avuto diritto a partecipare alla riunione. Pur essendo capifamiglia dovevano restare fuori. Solo i capimandamento potevano essere presenti. Quindi un ritorno alle vecchie regole”, ha sottolineato.

Non usava telefoni e si muoveva a piedi – Così era stato scelto Mineo come nuova guida, probabilmente con cerimonia dei pizzini. L’erede di Riina quindi non è Matteo Messina Denaro, la cui influenza resterebbe confinata al mandamento di Trapani. L’ultimo stragista in libertà “non comanda la provincia di Palermo”, ha ribadito l’aggiunto Salvatore De Luca in conferenza stampa confermando quanto prospettato negli scorsi mesi da diversi inquirenti a Ilfattoquotidiano.it. Cosa Nostra aveva deciso di affidarsi a un anziano padrino che – come è emerso dalle indagini dei carabinieri, guidati dal colonnello Antonio Di Stasio – aveva il terrore di essere intercettato. Per questo non usava telefoni e spesso si muoveva a piedi per le strade di Palermo. Oltre a Mineo, gli inquirenti ritengono accertata la scelta di Filippo Bisconti, reggente del mandamento mafioso di Misilmeri-Belmonte Mezzagno e Gregorio Di Giovanni, reggente del clan Porta Nuova, come i capi della nuova Cupola di Cosa nostra.

Mineo “soggetto di maggior autorevolezza” – Tra di loro spiccherebbe Mineo come “il soggetto di maggior autorevolezza che aveva preso la parola durante la riunione e aveva chiesto a tutti gli intervenuti il rispetto delle regole spiegandone i contenuti e le modalità di esecuzione”, scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo al termine dell’inchiesta coordinata dall’aggiunto Salvatore De Luca e dai pm Francesca Mazzocco, Amelia Luise, Dario Scaletta, Gaspare Spedale e Bruno Brucoli.  Le accuse per gli indagati sono di associazione mafiosa, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni, porto abusivo di armi, danneggiamento a mezzo incendio, concorso esterno.

L’intercettazione: “Abbiamo fatto una bella cosa” – Già condannato a 5 anni al maxi processo istruito da Giovanni Falcone, Mineo – di cui già il pentito Tommaso Buscetta fece il nome – fu riarrestato 12 anni fa per poi tornare in libertà dopo una condanna a 11 anni. Gli investigatori sono riusciti, nel corso delle indagini, a “cogliere in presa diretta la fase di riorganizzazione in atto all’interno di Cosa nostra”. A rivelare i dettagli, non sapendo di essere intercettato, è il reggente del mandamento di Villabate Francesco Colletti. “Si è fatta comunque una bella cosa.. per me è una bella cosa questa.. molto seria… molto…con bella gente.. bella! grande! gente di paese.. gente vecchi gente di ovunque”, diceva Colletti raccontando al suo autista Filippo Cusimano che, durante la riunione del 29 maggio con gli altri capi dei clan, era stato stabilito che i contatti “intermandamentali” dovevano essere mantenuti esclusivamente dai reggenti per cui, in caso di problemi sorti all’interno di un mandamento, non potevano in alcun modo intervenire uomini d’onore appartenenti ad altra zona.

Le regole: “Nessuno parli a casa degli altri” – “E una regola proprio la prima!… nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri… siccome c’è un referente..”, diceva. Chi avesse violato la “norma” sarebbe stato allontanato dalla propria “famiglia” di appartenenza. “Dice basta che tu mi vieni qua da me e mi dici ‘lo sai è venuto uno ed è venuto a fare discorsi a Villabate…’ – spiegava Coletti – appena finiamo viene convocato… dal suo…e viene messo fuori perché ci spieghiamo le regole e non le vogliono capire… e allora prendiamo e lo mettiamo fuori subito”.

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