Calabria, e i tanti tipi di silenzio

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Di Saverio Di Giorno

Ci sono tanti tipi di silenzio. Bisogna guardare alla natura per capire. Il silenzio dopo una tempesta è quello che più si ascolta. Lo fanno gli animali del sottobosco prima di tornare allo scoperto. Lo fanno anche gli uomini dopo un bombardamento prima di uscire dal bunker, timorosi e tremolanti per capire cosa è successo, chi è sopravvissuto. Dopo un attimo di esitazione, si va verso un punto di raccolta per capire cosa fare, ma soprattutto per guardarsi negli occhi e darsi forza.
La sensazione è esattamente questa. Chiamate pubbliche, eventi e nuove realtà nascono in Calabria e in tutto il Sud. C’è ad esempio il movimento Equità Territoriale di Pino Aprile che ha riempito un intero teatro a Cosenza. Il giornalista pugliese, autore di Terroni e protagonista di video da milioni di visualizzazioni su You Tube, ha deciso di dare corpo alle sue pagine. Per ora vuole essere una riappropriazione della coscienza storica, della memoria rubata al sud, se poi si trasformerà anche in una gara per raggiungere il futuro nelle urne si vedrà. Molti sono pronti a scommetterci.
Poi c’è “Stutamuli tutti”. Tutto, a partire dal nome è spontaneo. In uno dei suoi comizi calabresi, per la precisione a Soverato, è stato semplicemente “stutato” perché qualcuno ha tolto la corrente e da questo gesto spontaneo il nome della manifestazione. Questa volta a Cosenza. Il gruppo facebook cresce in breve tempo fino a raggiungere migliaia di persone e il giorno del comizio, nonostante la manifestazione non sia stata autorizzata, quei migliaia di like diventano migliaia di persone. Con sorpresa di tutti: sia degli organizzatori, sia degli avversari che se anche hanno provato a far fallire la manifestazione non hanno sortito alcun effetto. Sia chiaro, anche il teatro dal quale Salvini ha scaricato Occhiuto era stracolmo, ma fuori la città ha risposto. Poi quasi collettivamente è nato il bisogno di non disperdere quelle energie e quell’entusiasmo e quel stutamu Salvini è diventato stutamuli tutti. Tutti: ‘ndranghetisti, vecchi politici, bancarottieri ecc. calabresi questa volta. In piazza XX settembre la prima riunione: né tanti né pochi, questa volta la titubanza (comprensibile) è ancora di più. Quasi fa capolino la gente quando esce dalle strade che danno sulla piazza, come a dire si fa davvero? C’è qualcuno? Possibile? Come animali del sottobosco. Indecisi se fermarsi o camminare oltre. Come per una passeggiata. Come sempre.
Si, è vero, ci sono anche altri tentativi che traducono la stessa voglia, ma sono meno spontanei; come quello di Carlo Tansi e ancora più da lontano quello di Nucera, imprenditore calabrese. In tutte le regioni al voto, la classe politica non riesce ad esprimere un candidato politico credibile e si cercano persone della cosiddetta società civile. E non potrebbe essere altrimenti, perché i teatri dei politici, come quelli di Oliverio, si riempiono solo di dipendenti regionali o affini. L’unico, purtroppo, ad aver percepito questa voglia è ancora una volta Matteo Salvini che infatti scarica Occhiuto. Ed è l’unico politico a risultare incredibilmente credibile in questo ruolo.
C’è una differenza tra queste manifestazioni spontanee e i vari candidati civici. Un aspetto silente, non detto. Una sensazione. Come l’odore che viene dal terreno dopo un temporale. E cioè che appunto sia finito il bombardamento, che si siano aperti i cancelli e i carcerieri abbiano abbandonato il campo. Le macerie senza dubbi ci sono: ospedali decadenti, comuni in dissesto, strade mortali. La titubanza, il dubbio, il sospetto e la curiosità. Tutto questo si respirava in piazza XX Settembre e in qualche misura anche nei teatri di Aprile.
Là in mezzo ci sono persone, comitati, che in questi anni hanno resistito, a volte da soli, hanno creato canali quasi come il mercato nero dei generi alimentari durante la guerra. Ci sono sempre stati, ma erano soli appunto e non perché sconosciuti, ma perché l’atmosfera è stata, in parte è ancora, asfissiante, irrespirabile, il controllo pervasivo per cui meglio mantenersi alla lontana. La presa ora si è allentata. Un poco. Sono i silenzi diversi: a quello dell’oppressione si è sostituito quello dell’attesa. La sensazione è questa e bisogna spingere in questo piccolo spiraglio, in questa piccola breccia. Spingerci più persone possibili per occuparla in fretta e allargarla. Sono periodi di interregno. Ma per scrostare l’abitudine occorre tempo.
Bisogna stare attenti però, perché nella storia, in questi periodi, i vecchi galoppini che si salvano, quando non vengono sacrificati, cercano di accodarsi alle folle festanti e rabbiose, confondersi tra loro e cavalcare l’entusiasmo. Spingendo fino a far fallire le iniziative, oppure appoggiandole. Incentivandole per infiltrarsi, controllare dall’interno. Bisogna continuare a pensare con ingenua presunzione che non si ha bisogno di nessuno.

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