di Maria Rita Gismondo

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Che non abbia mai fatto parte del club dei “coristi pro panico” è a tutti noto. Rischiando di attirarmi addosso altre saette – visto che diventa sempre più comune la sensazione che di questo virus non ci libereremo, ma dovremo abituarci a convivere – desidero invitare a qualche riflessione. Innanzitutto precisiamo alcuni dati che sono stati oggetto di scontro, ma ora sembrano finalmente chiari (anche se mancano ancora le scuse).

Si tratta di un’infezione con alta contagiosità, ma bassa letalità. Anche ammettendo che tutti i decessi siano stati causati da Covid (e non, come anche l’ISS ha dimostrato, dovuti nel 49% dei casi a gravi patologie preesistenti, di cui Covid-19 è stato una complicazione aggravante), in Italia ne sono stati registrati circa 35.000, una letalità del 2% che, come anche detto dall’infettivologo Bassetti, realisticamente scenderà allo 0.7-1%. Dati più che discutibili hanno riferito che il 2,5% della popolazione italiana abbia avuto contatto con il virus. Percentuale, a mio avviso, in forte difetto per i limiti dell’indagine. Oggi la malattia Covid-19 è praticamente scomparsa.

Il direttore generale dell’Oms (sperando che non cambi idea) ha dichiarato che non ci sarà una seconda ondata, ma che siamo davanti a un’unica altalenante fase che non si sa quanto possa durare. In questo scenario, come intendiamo condurre la nostra convivenza con il virus SarsCoV2, che un esimio virologo oggi definisce manipolato in laboratorio (si attendono altre scuse)? Continueremo a fare tamponi e test sierologici di scarsa validità? A isolare i positivi e i loro contatti? Adotteremo ancora il distanziamento sociale, lo smartworking? Non esiste infezione per la quale, senza patologia, si proceda così. Attenzione sempre. Ma panico no.

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