RIASSUNTO DEI FATTI
La vicenda riguarda una donna straniera, residente stabilmente in Italia, che aveva lasciato il proprio Paese di origine per costruirsi una prospettiva di vita migliore. Come molte persone nella sua situazione, aveva iniziato a lavorare confidando nella correttezza del datore di lavoro e nella possibilità di una futura regolarizzazione del rapporto. La lavoratrice svolgeva un’attività lavorativa reale, continuativa e inserita nell’organizzazione aziendale, ma il rapporto non veniva mai formalizzato. Le veniva rappresentato che l’assenza di un contratto fosse legata a presunte questioni burocratiche, facendo leva sulla sua condizione personale, nonostante ciò non impedisse affatto l’instaurazione di un rapporto di lavoro regolare. Durante il periodo di lavoro, la donna rimaneva coinvolta in un incidente occorso in occasione del rapporto lavorativo. Proprio a seguito di tale episodio, anziché ricevere tutela e assistenza, le veniva comunicato in modo esclusivamente verbale di non presentarsi più al lavoro. Nessuna contestazione formale, nessuna comunicazione scritta, nessuna procedura prevista dalla legge: il rapporto si interrompeva improvvisamente, lasciando la lavoratrice priva di ogni garanzia. A quel punto, la donna decideva di rivolgersi al Tribunale per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
IL CONTENUTO DELLA SENTENZA E IL PROFILO GIURIDICO DI MAGGIORE RILIEVO
Con sentenza del 22 dicembre 2025, il Tribunale di Paola, Giudice del Lavoro, ha accolto il ricorso, affermando principi di particolare rilievo in materia di lavoro irregolare e licenziamento. Il Giudice ha chiarito che non può esistere un valido periodo di prova in assenza di un patto scritto. In mancanza di una forma scritta, la prova è giuridicamente nulla e il rapporto di lavoro deve considerarsi a tempo indeterminato sin dall’inizio. È stato inoltre precisato che, una volta accertato lo svolgimento di un’attività lavorativa concreta, l’ordine di non presentarsi più equivale a tutti gli effetti a un licenziamento. Se tale licenziamento avviene in forma verbale, come nel caso esaminato, è da considerarsi inefficace. La sentenza ha quindi applicato la tutela prevista dall’articolo 2 del decreto legislativo n. 23 del 2015, riconoscendo alla lavoratrice un’indennità risarcitoria complessiva pari a venti mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento. Il Tribunale ha inoltre chiarito che eventuali profili amministrativi o burocratici non possono essere utilizzati dal datore di lavoro per sottrarsi agli obblighi di legge. Il lavoro effettivamente svolto, così come gli eventi che si verificano durante il rapporto, generano diritti che non possono essere ignorati o elusi.
L’ATTO DI PRECETTO E GLI IMPORTI DOVUTI
A seguito della sentenza, è stato notificato atto di precetto alla società condannata. In mancanza di pagamento spontaneo, si procederà con l’esecuzione forzata. Gli importi dovuti in favore della lavoratrice, così come risultanti dal titolo esecutivo e dall’atto di precetto notificato, ammontano complessivamente a oltre 42.000 euro, comprensivi delle indennità risarcitorie riconosciute dal Tribunale, delle spese legali e degli accessori di legge.
DICHIARAZIONI DELL’AVVOCATO FIONA ESPOSITO (STUDIO LEGALE ESPOSITO).
Questa sentenza non riguarda soltanto una singola vicenda, ma un meccanismo che si ripete spesso. Ci sono persone che lavorano per necessità, per il proprio sostentamento, non per scelta o per convenienza. È proprio su questo bisogno reale che, in molti casi, si innestano pratiche scorrette. Il fatto che l’interruzione del rapporto sia avvenuta dopo un incidente sul lavoro rende ancora più evidente la fragilità di certe posizioni e l’importanza delle tutele previste dall’ordinamento. Il Tribunale ha ribadito che quando il lavoro esiste, i diritti non possono essere cancellati con comunicazioni informali o con il silenzio. Negli ultimi anni sto dedicando una parte sempre più significativa della mia attività professionale al diritto del lavoro, perché queste vicende non sono isolate, ma rappresentano una realtà diffusa. Dare voce a queste storie significa ricordare che il lavoro è dignità e che il bisogno di lavorare non può mai trasformarsi in uno strumento di ricatto.






























